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	<title>Think! Stay Alert. Don&#039;t Get Hurt Archivi - Slop - Scuola Lombarda di Psicoterapia</title>
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	<description>Istituto di Specializzazione post-lauream in psicoterapia cognitivo neuropsicologica</description>
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	<title>Think! Stay Alert. Don&#039;t Get Hurt Archivi - Slop - Scuola Lombarda di Psicoterapia</title>
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		<title>Stay Alert n°21 – Il paziente neuro-oncologico: tra soﬀerenza neurologica ed esistenziale.</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Dec 2019 14:20:11 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Think! Stay Alert. Don't Get Hurt]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'articolo <a href="https://www.slop.it/stay-alert-n21-il-paziente-neuro-oncologico-tra-so%ef%ac%80erenza-neurologica-ed-esistenziale/">Stay Alert n°21 – Il paziente neuro-oncologico: tra soﬀerenza neurologica ed esistenziale.</a> proviene da <a href="https://www.slop.it">Slop - Scuola Lombarda di Psicoterapia</a>.</p>
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				<div class="et_pb_text_inner"><p id="u15829-11"><span style="font-size: 14px;"><strong><em>Autore: Allegra Carpaneto</em></strong></span></p>
<p><span>I tumori cerebrali sono rari nell’adulto e rappresentano circa il 2% di tutte le neoplasie. Tuttavia, anche in virtù dell’incremento della spettanza di vita, negli ultimi decenni si è registrato un progressivo aumento della loro incidenza (Aiom, 2018).</span></p>
<p><span>Chi è il paziente neuro-oncologico? A diﬀerenza delle altre patologie oncologiche, i tumori cerebrali implicano un “eﬀetto cascata” decisamente più marcato sulle dinamiche esistenziali della persona.</span></p>
<p><span>I sintomi che possono manifestarsi, infatti, comprendono disturbi psichici, deficit cognitivi, cambiamenti temperamentali, anomalie comportamentali, disturbi motori e “funzionali”.<span class="Apple-converted-space"> </span></span></p>
<p><span>Nello specifico, sul versante cognitivo e motorio, si segnalano: disturbi della coordinazione, alterazioni della sensibilità, problemi di memoria e di apprendimento, disturbi nella comprensione del linguaggio parlato o scritto, incapacità nell’esecuzione di gesti volontari, disturbi della vista, alterazioni dello stato di coscienza, disturbi dell’equilibrio, diﬃcoltà di deglutizione, disfunzioni esecutive (pianificazione e organizzazione anche delle più banali attività del quotidiano).</span></p>
<p><span>Anche le interazioni sociali possono complicarsi quando sono presenti deficit dell’attenzione e della concentrazione, delle capacità comunicative, o alterazioni dell’umore (apatia, irritabilità).</span></p>
<p><span>Queste disabilità comportano la parziale o totale perdita dell’autonomia, il bisogno di supporto e la conseguente dipendenza dall’altro.</span></p>
<p><span>Non è raro, di conseguenza, riscontrare l’insorgenza di disturbi di natura ansioso-depressiva (Bartolo et al., 2018) sovente sottostimati dai clinici.</span></p>
<p><span>Alla luce degli esiti di cui sopra, quando le condizioni cliniche di base del paziente sono favorevoli, ed è presente il rischio di lesione chirurgica di aree cerebrali funzionalmente più importanti, oggi si predilige la “awake surgery”.</span></p>
<p><span>In questo ambito, il neuropsicologo riveste un ruolo cruciale. La possibilità di effettuare specifici test cognitivi con il paziente cosciente e direttamente all’interno del setting operatorio costituisce un valido supporto per il chirurgo nell’identificazione della mappa delle aree cerebrali funzionalmente più delicate.</span></p>
<p><span>L’operato dello psicologo con competenze neuropsicologiche, risulta altrettanto fondamentale nel successivo percorso di ri-abilitazione e potenziamento delle capacità cognitive.</span></p>
<p><span>Come accennato in precedenza, le patologie neuro-oncologiche spesso comportano difficoltà che si riflettono sui più ampi versanti: sociali, affettivi, professionali. Ad esempio, non essere più in grado di svolgere con profitto la propria professione, <i>ri-trovarsi </i>impossibilitati nel coltivare le passioni di un tempo (es. attività sportiva), vivere con difficoltà e frustrazione i rapporti affettivi strutturatisi in precedenza.</span></p>
<p><span>Situazioni simili implicano una contrazione dei propri <i>progetti</i> di vita e degli <i>orizzonti d’attesa </i>precedenti.</span></p>
<p><span>Ciò che era vissuto come “proprio” (es. passione per il calcetto), i progetti di un’esistenza (es. carriera professionale), gli orizzonti d’attesa sul piano affettivo-relazionale (es. convivenza, matrimonio, ecc.), spesso vengono meno.</span></p>
<p><span>La contrazione e la riduzione dei progetti di una vita comportano severe limitazioni per quanto concerne la possibilità del proprio/altrui <i>ri-conoscimento,</i> e rischiano di minare il senso (direzione) della propria esistenza.</span></p>
<p><span>Di conseguenza, il sentimento di non essere più <i>Chi</i> si è stati, anche a partire dalle trasformazioni circa il proprio ruolo all’interno della famiglia e della società, accompagna spesso il vissuto di perdita di Sé e di estraneità rispetto ai nuovi modi di essere: “Non mi riconosco più, non mi sento più la stessa persona”.</span></p>
<p><span>Esperienza simile è riscontrabile in patologie aggressive come il glioblastoma. In questi casi, si vive nell’attesa della recidiva, tra il susseguirsi ripetuto dei controlli clinici, sperimentando un’incertezza continua e la difficoltà che ne consegue a <i>progettarsi</i> a lungo termine. Prefigurarsi l’imminenza della fine contribuisce al rischio di chiusura degli orizzonti di possibilità: ci si sente sospesi in attesa della morte, ingabbiati in un’esistenza non avvertita come totalmente propria. Il quotidiano si appalesa come noioso, privo di significati.</span></p>
<p><span>“Se non posso più fare quello che facevo, quello che avrei voluto fare, chi sono?” In questo contesto, sfuma il confine tra patologia organica -non storica- e funzionale -storica-. (Liccione, 2019).</span></p>
<p><span>Nel contesto della neuro-oncologia, non di rado, il supporto psicoterapico viene esclusivamente rivolto ai caregiver. Coloro i quali si prendono cura dei pazienti spesso si ritrovano ad annullare la propria esistenza per rivestire un ruolo nuovo non sempre vissuto come autentico -sicuramente non <i>comodo</i>&#8211; che può condurre a una <i>con-fusione</i> con il malato stesso. Tutto ciò richiede indiscutibilmente un aiuto clinico.</span></p>
<p><span>Alla luce di quanto anticipato, appare altresì chiaro come l’operato dello psicoterapeuta con competenze neuropsicologiche risulti necessario anche in riferimento al paziente stesso.</span></p>
<p><span>Nei casi favorevoli, ossia dove siano preservate le abilità necessarie, è utile un lavoro clinico che faciliti il processo di trasformazione di sé, e di <i>ri-progettazione</i> della propria esistenza, anche a partire dalle nuove possibilità d’azione.</span></p>
<p><span>Rendendosi flessibili a una presa in carico all’interno di un contesto sanitario di questo tipo, risulta comunque sempre possibile un percorso di accompagnamento esistenziale, data l’enorme variabilità individuale che comprende condizioni cliniche molto diﬀerenti tra loro in termini di deficit cognitivi, risorse personali, capacità residue, prognosi, età e orizzonti d’attesa.</span> </p>
<p><span><strong>Bibliografia</strong>:</span></p>
<ul>
<li><span></span><span>Bartolo M, Soﬃetti R, Klein M. Neurorehabilitation in Neuro-Oncology. Springer Nature Editors</span><span> </span><span>(2018).</span></li>
<li><span></span><span>Benini A. Neurobiologia del tempo. Raﬀaello Cortina Editori</span><span> </span><span>(2017).</span></li>
<li><span></span><span>Ergh TC, Hanks RA, Rapport LJ, Coleman RD. Social support moderate </span><span>caregiver </span><span>life satisfaction following traumatic brain injury. J Clin Exp Neuropsychol. 2003;25(8):1090-1101.</span></li>
<li><span></span><span>Liccione D. Psicoterapia Cognitiva Neuropsicologica. Bollati</span><span> </span><span>Boringhieri Editore (2019).</span></li>
<li><span></span><span>Sherwood PR, Given BA, Doorenbos AZ, Given </span><span>CW. </span><span>Forgotten voices: lessons </span><span>from </span><span>bereaved caregivers of persons with brain </span><span>tumor. </span><span>Int J Palliat Nurs.</span><span> </span><span>2004; 10:67-75.</span></li>
<li><span></span><span>Yang </span><span>S, Chun MH, Son YR. Eﬀect of Virtual Reality on Cognitive Dysfunction in Patients with Brain </span><span>Tumor. </span><span>Ann Rehabil Med. 2014,</span><span> </span><span>38(6):726-733.</span> </li>
</ul></div>
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		<title>Stay Alert n°20 – &#8220;Mi chiamo M., ho 58 anni e da trent’anni sono alla ricerca della mia identità sociale&#8221;</title>
		<link>https://www.slop.it/stay-alert-n20-mi-chiamo-m-ho-58-anni-e-da-trentanni-sono-alla-ricerca-della-mia-identita-sociale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Sep 2019 12:29:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Think! Stay Alert. Don't Get Hurt]]></category>
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				<div class="et_pb_text_inner"><p id="u15829-11"><span style="font-size: 14px;"><strong><em>Autore: Francesca Borasio</em></strong></span></p>
<p><span style="font-size: 14px;"><strong><em></em></strong></span></p>
<p><strong>Premessa</strong></p>
<p><span style="font-size: 14px;"><span>In questo numero di Stay Alert proponiamo il racconto in prima persona della storia di un paziente. Il caso risulta di particolare interesse per la peculiare problematica riportata. M., infatti, non si riconoscerà nelle molteplici diagnosi che i professionisti, medici e psicologi, gli attribuiranno nei trent&#8217;anni successivi ad un incidente stradale avvenuto quando aveva vent&#8217;anni. Le istituzioni, avvalendosi di tecniche di neuroimaging e testistica standardizzata, classificheranno la gravità del trauma cranico di M. in base a punteggi e risultati obiettivi che però non potranno mai cogliere interamente le problematiche ben maggiori che M. riporta avere nella vita quotidiana. Per questo motivo il paziente trascorrerà parte della sua vita alla ricerca di qualcuno che finalmente lo riconosca nelle sue difficoltà in ambito lavorativo, affettivo e socio-relazionale.</span></span></p>
<p><span style="font-size: 14px;"><span></span></span></p>
<div>
<p><span><b>L’uomo alla ricerca dell’identità</b></span></p>
<p><span>Mi chiamo M., ho 58 anni e da trent’anni sono alla ricerca della mia <i>identità sociale</i>. Quasi trent’anni fa, infatti, sono rimasto coinvolto in un incidente stradale e ho conseguentemente sviluppato quello che mi sento di definire come un danno grave di memoria audio/visivo/verbale. I deficit e le loro inevitabili conseguenze, però, non sono stati riconosciuti globalmente dagli specialisti ai quali mi sono rivolto fino ad oggi e che mi hanno etichettato di volta in volta in base alla problematica singola che veniva rilevata. Nelle categorie quali “sistema neurobiologico mal funzionante”, “paziente schizofrenico” o “paziente ossessivo-compulsivo”, però, non mi sono mai riconosciuto. Le mie difficoltà quotidiane, infatti, andavano ben al di là del singolo deficit mnesico o della mia rimuginazione ossessiva. Dal 1982, quindi, sono alla ricerca di uno scienziato che sia in grado integrare gli esiti neurologici con quelli neuropsicologi, psichiatrici e sociali, e che possa conseguentemente restituirmi una visione globale del mio caso. Questa conferma è per me necessaria per rispondere al desiderio di un riconoscimento sociale che da anni vado a cercare.<span class="Apple-converted-space"> </span></span></p>
<p><span>Per meglio comprendere quello che ho appena scritto, vi racconterò la mia storia.<span class="Apple-converted-space"> </span></span></p>
<p><span>Abito in una cittadina lombarda con mia madre, nella stessa casa dove ho sempre risieduto con i miei genitori. Dopo il diploma alberghiero ho lavorato come operaio, per tre/quattro anni, in un’officina vicino a casa. Il lavoro però non sembrava stimolante e, deciso a cambiare, una mattina ho incaricato mia madre di avvisare il datore di lavoro che mi sarei licenziato. Quella stessa mattina ho chiesto in prestito una Vespa a un amico per un’escursione pomeridiana e sulla strada di ritorno a casa sono rimasto coinvolto in un incidente stradale.</span></p>
<p><span><b></b></span></p>
<p><span><b>1982. L’incidente<span class="Apple-converted-space"> </span></b></span></p>
<p><span></span></p>
<p><span>Sono stato ricoverato in ospedale il 7 luglio 1982. Non ricordo nulla dell’incidente e dei giorni successivi, fino al mio risveglio dopo due settimane passate in coma. Ho affrontato tre mesi di ricovero durante i quali sono stato sottoposto ad una serie di trattamenti e accertamenti strumentali. </span><span>La diagnosi che mi hanno attribuito in dimissione riporta: “Trauma cranico-encefalico con lacerazioni cerebrali multiple. Vengono riscontrati gli esiti di un insulto traumatico sotto forma di focolai lacero-contusivi nella regione frontale posteriore e nella regione temporale del lato di sinistra. E’ rilevata, inoltre, una marcata riduzione della memoria per fatti recenti, difficoltà frequenti nella ricerca di parole, sindrome afasica modesta.”.<span class="Apple-converted-space">  </span></span><span>Grazie a quanto è stato scritto dai medici, mi è stata riconosciuta una percentuale di invalidità pari al 20%. </span><span>La perizia medico-legale eseguita nel 1983 ai fini del risarcimento assicurativo conclude: “Presenza in atto di una sindrome organica post-traumatica caratterizzata da cefalee, marcate turbe della memoria di fissazione e modesto disturbo afasico espressivo. Tale sindrome comporta una menomazione della capacità lavorativa generica valutabile al 20-25 % della totale.”. </span><span>In seguito all’evento traumatico, infatti, ho iniziato a lamentare difficoltà di memoria tali da compromettere in modo significativo il mio funzionamento quotidiano, sia nell’ambito lavorativo sia in quello sociale. Le difficoltà coinvolgevano inoltre, come evidenziato sopra, anche il linguaggio. Potrei paragonare il mio conversare ad una pista da sci senza un buon fondo: si scia ugualmente ma non in maniera agonistica. </span><span>Data la bassa percentuale del danno riportata nella perizia medico-legale, mi sono convinto di poter recuperare interamente le facoltà cognitive. Secondo me un danno al 20% è da considerarsi lieve, matematicamente e socialmente parlando. Mi sono detto &lt;passerà&gt;, non mi è sembrato un problema grave. Mi consideravo in via di guarigione, anche se permanevano leggeri problemi di memoria e di linguaggio, e per mettermi alla prova ho iniziato a lavorare come rappresentante.</span></p>
<p><span></span></p>
<p><span><b>1983. La ripresa lavorativa e le prime difficoltà</b></span></p>
<p><span>Nel 1983 ho iniziato il lavoro da rappresentante e ho notato fin da subito che avevo alcune difficoltà: quando bisognava recarsi in un ufficio o da un direttore, ad esempio, mi mancavano le parole. Il lavoro però, anche se faticoso, occupava una parte consistente della mia giornata, prolungandosi fino a sera e comportando una progressiva diminuzione delle mie relazioni sociali. </span><span>Conversando di meno con gli amici, quelle rare volte che ci incontravamo faticavo a parlare anche di temi semplici, i più disparati. La situazione stava diventando insostenibile e ho iniziato ad evitare anche ogni occasione di condivisione con i colleghi. Ho ridotto il numero degli appuntamenti lavorativi, presentandomi solamente presso abitazioni di privati con i quali ritenevo fossero sufficienti inferiori abilità linguistiche.<span class="Apple-converted-space"> </span></span><span>Mi sono convinto, con il passare del tempo, di essere un finto rappresentante, e di riuscire a lavorare in azienda solo per la somma di combinazioni e di fatti in parte fortuiti. </span><span>Tutte le difficoltà mi hanno portato a pensare di non essere migliorato dopo il trauma cranico e di non aver imparato nulla in tre anni di rappresentante porta a porta. Ho quindi deciso di cambiare lavoro. </span><span>Grazie all’esperienza appena conclusa sono riuscito facilmente a trovare un altro impiego nel settore delle vendite. Ho trovato un posto in un’azienda che ignorava il mio deficit, dove si lavorava di meno e si guadagnava di più. Dopo un iniziale periodo positivo, le difficoltà linguistiche si sono rivelate nuovamente invalidanti; quando parlavo non ero mai pronto e sicuro. </span><span>Anche in questa situazione ho cominciato a mettere in atto alcune strategie (ad esempio pranzare da solo evitando i colleghi) al fine di non perdere il posto di lavoro che, unito al nuovo amore, rappresentava un notevole salto di qualità e di autorealizzazione. </span><span>Sempre in questi anni, infatti, ho conosciuto S., con la quale ho intrapreso una relazione affettiva. Vivevo quasi per lei. Insieme ci siamo immaginati una convivenza, un matrimonio e una famiglia. Con i miei problemi ci ho pensato un attimo, ma poi mi sono ho detto &lt;come andrà, andrà&gt;. </span><span>All’inizio degli anni ‘90, notando il perdurare delle difficoltà mnesiche e linguistiche nella vita quotidiana, mi sono rivolto ad alcuni specialisti, intraprendendo così un percorso diagnostico che è durato diversi anni.<span class="Apple-converted-space"> </span></span><span>Il primo controllo medico, nel 1991 confermava sostanzialmente quanto di seguito: “Persistenza delle lesioni cerebrali in sede frontale sinistra, con asimmetria del sistema ventricolare sovratentoriale, mentre dal punto di vista clinico permangono le turbe della memoria di lieve entità in un contesto di integrità delle altre funzioni cognitive.”.<span class="Apple-converted-space"> </span></span><span>La notizia mi ha colto impreparato, ero convinto che le mie difficoltà fossero ben più rilevanti e invalidanti. Mi sembrava di non aver imparato nulla nei quasi dieci anni passati a lavorare come rappresentante, non mi reputavo competente in quell’ambito. </span><span>Da lì a poco, l’azienda in cui lavoravo è fallita ed ha chiuso e mi sono dovuto reinventare per mantenere lo stile di vita del momento e l’abitazione nella quale nel frattempo mi ero trasferito con S..<span class="Apple-converted-space"> </span></span><span>Sono tornato a lavorare in fabbrica come operaio, con mio padre, ma la catena di montaggio si è rivelata più complicata del previsto: il continuo spostare lo sguardo tra gli oggetti e i macchinari faceva sì che l’azione fosse dimenticata più e più volte. In questo contesto ho avuto nuovamente conferma che il punteggio ottenuto in un test intellettivo non è informativo rispetto all’essere in grado di apprendere nuovi compiti, anche banali. Per la prima volta ho notato la gravità del danno e ho deciso di licenziarmi dalla fabbrica.<span class="Apple-converted-space"> </span></span><span>Il licenziamento ha avuto però ripercussioni nella relazione con S.. Sono andato a casa, non avevo più soldi. Ho pagato gli ultimi affitti con i risparmi che avevo messo da parte preventivamente, ma nel 1995 sono rimasto senza soldi in banca. Per risolvere l’inconveniente economico, io e S. abbiamo deciso di tornare ad abitare con i nostri genitori. Il cambiamento, però, ha portato alla conclusione del nostro rapporto. </span><span>Ricordo che nel 2000 sono andato a trovarla per farle gli auguri di inizio millennio e aveva ancora al dito il mio anello di fidanzamento. Mi ha detto di non farmi più vedere, e da quel momento non ci siamo più incontrati. </span><span>In seguito alla fine con S. non ho mai più avuto nessun’altra relazione, e in generale non ho più instaurato rapporti con altre persone a quel livello. Credo che questo sia successo perché fino al 2005 mi mancavano la sicurezza economica e un riconoscimento medico, e dal 2005 fino ad oggi ho aspettato un riconoscimento altrui.<span class="Apple-converted-space"> </span></span></p>
<p><span><b></b></span></p>
<p><span><b>1992. La ricerca dell’identità sociale</b></span></p>
<p><span>Nel 1992 ho iniziato a sentire la necessità di un riconoscimento dell’identità sociale, smarrita a causa delle continue diagnosi effettuate dai medici che hanno prestato attenzione sempre e solo alla parte neurologica del danno, considerandolo dal punto vista organico e quindi solo a livello molecolare, mai nella sua interezza. </span><span>Affinché un individuo percepisca se stesso come persona, però, è necessario che altri individui lo percepiscano come tale, ed in questo caso la mia necessità era essere riconosciuto dai medici anche nelle mie difficoltà quotidiane, ben più serie dei punteggi ai test. </span><span>Mi sono nuovamente recato in ospedale riferendo la fatica nell’apprendere nuove nozioni e a ricordare conversazioni, anche banali. Le difficoltà, inoltre, non apparivano circoscritte al dominio verbale, bensì erano estese anche a quello non verbale, non permettendomi di apprendere nuovi percorsi o compiti. Ovviamente cercavo di compensare le mancanze mnesiche attraverso ausili cartacei, però spesso dimenticavo di utilizzarli e non erano così efficaci. </span><span>La valutazione effettuata in ospedale non ha registrato<i> </i>una condizione di deterioramento cognitivo globale: “La prestazione nelle prove di apprendimento e memoria sia per materiale verbale che non verbale appare meno brillante della sua prestazione in altri domini cognitivi, senza che si possa mettere in luce una compromissione più grave per apprendimenti o per efficienza di elaborazione del materiale. Il disturbo di apprendimento appare nel complesso di entità lieve, grazie alle ottime capacità di compenso che il paziente mette in atto.”. </span><span>Non soddisfatto, mi sono sottoposto ad una TAC che ha confermato le “alterazioni atrofiche corticali focali dal lato sinistro, piuttosto estese in sede temporale, più circoscritte in sede frontale.”. Sempre nello stesso anno, un altro accertamento ha confermato “gli esiti di grave trauma cranio-cerebrale, con lacerazioni multiple e conseguente turbe della memoria.”.<span class="Apple-converted-space"> </span></span><span>Dopo qualche mese sono stato anche valutato neuropsicologicamente. Il referto riporta: “Deficit mnesico a medio-lungo termine di lieve entità in un contesto di integrità delle altre funzioni cognitive.”. Nuovamente, la diagnosi non mi ha soddisfatto completamente in quanto negligeva il danno di linguaggio. Mi sono rivolto quindi ad un altro professionista che ha concluso come di seguito:<span class="Apple-converted-space"> </span><i> </i>“Persistente difficoltà di memoria anterograda confermata da una prestazione patologica e ai limiti inferiori della norma in diverse prove di memoria e di apprendimento verbale.”.<span class="Apple-converted-space"> </span></span><span>Nel 1994, a conclusione dell’iter diagnostico, mi sono recato con tutta la documentazione alla commissione dell’invalidità dell’ASL e mi sono stati riconosciuti gli “esiti di sofferenza organica con disturbi della memoria e del comportamento”, e attribuito il codice di invalidità 1103. </span><span>Sempre in quell’anno ho iniziato un percorso psicoterapico. La relazione conclusiva di tale percorso affermava: “Il trauma cranico provocato dall’incidente, con focolai lacero-contusivi in regione frontale e temporale sinistra è stato un fattore eziologico importante per la sindrome amnesica, l’incapacità di apprendere nuove esperienze e di rievocare materiale appreso in passato. Le notevoli difficoltà affettive causate dal quadro descritto provocano nel soggetto un disagio sociale e il timore del giudizio negativo da parte degli altri, tanto da ridurne le relazioni sociali, profondamente desiderate. La menomazione delle attività sociali e professionali viene considerata medio-grave.”. </span><span>Soddisfatto di questo nuovo esito, che includeva il termine “grave”, mi sono recato all’ASL di riferimento per fare richiesta di aggravamento di invalidità e raggiungere lo sperato 80%. La richiesta è conseguente al fatto che, secondo me, una percentuale del 50 corrisponde ad un danno medio, visto che è situata nel mezzo della scala che va da 0 a 100 (seguendo una logica matematica). La scintigrafia aveva riscontrato un danno grave, quindi la percentuale di invalidità doveva, per forza di cose, aumentare.<span class="Apple-converted-space"> </span></span><span>In realtà, come ho scoperto pochi anni fa, l’invalidità dovuta al disturbo di memoria non può essere maggiore del 50%, per cui anche la scintigrafia che accerta un danno grave non può portare ad un aumento di percentuale di invalidità. L’ASL infatti ha confermato la percentuale di invalidità che mi era già stata attribuita.<span class="Apple-converted-space"> </span></span><span>Non aver ricevuto, all’epoca, sufficienti spiegazioni, mi ha portato a proseguire nell’iter di esami strumentali e nelle richieste di aumento della percentuale di invalidità. </span><span>Pensando che il riconoscimento del danno linguistico potesse servire ad incrementare l’invalidità civile, mi sono sottoposto ad una valutazione testistica il cui esito è apparso però negativo: “I punteggi conseguiti ai test non hanno evidenziato deficit semantico-lessicali. Bisogna però notare una certa difficoltà da parte del paziente a evocare vocaboli, soprattutto a bassa frequenza, nel linguaggio spontaneo. Questo disturbo, seppur di lieve entità, tanto da non essere evidente ai test, può avere ripercussioni negative nel corso dell’attività comunicativa.”. </span><span>Mi sono rivolto, nello stesso periodo, ad un centro specializzato per effettuare un esame neuropsicologico completo; anche in questo caso non sono emersi deficit afasici, ma risultavano “compromessi i contenuti del pensiero, l’abilità pragmatica di comunicazione”, e si evidenziava “una scarsa efficienza nella memoria a breve termine e nella working memory”. </span><span>In seguito a questi risultati, i medici mi hanno consigliato di rivolgermi ad un altro specialista, sottolineando che ormai dedicavo tutta la mia vita quasi solo ai miei problemi di memoria. Potevano anche togliere il quasi&#8230; io vivevo e vivo totalmente per quello!<span class="Apple-converted-space"> </span></span><span>Nello stesso anno ho inoltrato nuovamente la domanda di invalidità che mi è stata però rifiutata; ho deciso così di portare avanti un ricorso nei confronti dell’ente previdenziale.<span class="Apple-converted-space"> </span></span><span>Dopo essermi sottoposto a viste psichiatriche, dalle quali sono stati riscontrati “tratti di personalità persecutoria e tendenza alla rimuginazione ossessiva”, l’INPS ha accettato il ricorso e accertato una “sindrome amnesica correlata ai disturbi di personalità”. La percentuale di invalidità civile, finalmente, è salita all’80%.<span class="Apple-converted-space"> </span></span><span>L’aver ottenuto il tanto desiderato 80% non è stato però per me un risultato soddisfacente, in quanto accanto al danno neurologico venivano inclusi i disturbi psichiatrici.</span></p>
<p><span><b>1997. L’apertura della causa civile per il risarcimento dei danni conseguenti l’incidente del 1982</b></span></p>
<p><span><b></b></span></p>
<p><span><b></b></span></p>
<p><span>Aumentando la percentuale di invalidità rispetto a 15 anni prima, ho pensato di poter inoltrare per la seconda volta all’assicurazione la richiesta di risarcimento dei danni conseguenti l’incidente del 1982, e così ho fatto. </span><span style="font-size: 14px;">A distanza di qualche anno, nel dicembre del 2003, è successo un episodio che reputo significativo. Era qualche giorno che avevo allucinazioni, mi sentivo un po’ strano. Una mattina ero in casa e mi sono convinto di essere nel ‘500 e che stavo per essere impalato. Allora ho deciso che, piuttosto di venire impalato, dovevo uccidermi da solo per soffrire meno. Ho preso un coltello, sono andato in bagno e mi sono tagliato il collo. Mia madre mi ha trovato e ha chiamato i soccorsi; ricordo di averle detto che forse era la svolta decisiva per far comprendere agli altri come mi sentivo realmente.</span> <span style="font-size: 14px;">Sono rimasto ricoverato in ospedale circa venti giorni. In seguito alla dimissione, le allucinazioni uditive persistevano, sentivo alcuni suoni, ed il medico del Centro Psico-Sociale mi ha prescritto una terapia farmacologica a base di Risperidone, successivamente sostituito con l’antipsicotico Invega (Paliperidone).</span> <span style="font-size: 14px;">L’episodio autolesionistico mi ha fatto riflettere e dubitare che forse anche la schizofrenia potesse dipendere dal fatto che nessuno, in vent’anni, fosse riuscito a riconoscere in me quello che io ritenevo essere il danno nella sua interezza.</span></p>
<p><span></span></p>
<p><span><b></b></span></p>
<p><span><b>2005. La conclusione della causa civile<span class="Apple-converted-space"> </span></b></span></p>
<p><span><b></b></span></p>
<p><span>Nel 2005 si è conclusa, con esito positivo, la causa verso l’assicurazione per valutare “Quali lesioni abbia riportato a causa del sinistro, precisando la durata dell’inabilità temporanea assoluta e parziale, i postumi permanenti, i termini della compromissione dell’integrità psicofisica e l’incidenza degli stessi sulla capacità lavorativa specifica.”.<i><span class="Apple-converted-space"> </span></i></span><span style="font-size: 14px;">Dalla CTU medico-legale è emerso che: “A causa del sinistro datato luglio 1982, M. ha riportato un danno neurologico manifestatosi immediatamente, e un danno psichico, consistente in un disturbo di personalità schizoide con elementi schizotipici e marcate note paranoidee, manifestatosi successivamente. (…) L’insieme dei disturbi di personalità e i tratti di tipo paranoideo si sono innescati e sono insorti secondariamente all’angoscia legata all’acquisizione cosciente del proprio danno fisico, e sono reattivi all’inadeguatezza dell’indennizzo e iniziati in data seguente a quella dell’indennizzo stesso da parte dell’assicurazione.”.</span> <span style="font-size: 14px;">La pretesa risarcitoria ha trovato quindi accoglimento con riferimento al danno psichico, che al momento del risarcimento danni del 1983 non era prevedibile.</span> <span style="font-size: 14px;">Il danno psichico e tutti i sintomi però, secondo me, sono solo una conseguenza del non essere stato riconosciuto dai medici. Quindi, da un lato il risarcimento economico mi ha soddisfatto perché mi ha permesso di non dovermi più preoccupare di vivere con la pensione di invalidità, dall’altro però non mi sono sentito riconosciuto nelle mie difficoltà quotidiane, mnesiche e linguistiche, non riscontrate dai test. Inoltre, ritengo che l’enormità</span>  <span style="font-size: 14px;">economica acquisita sia purtroppo proporzionale al peso psichico acquisito. Suddetto peso è formato dal perdurare decennale</span>  <span style="font-size: 14px;">della situazione, dalla relazione del CTU e per finire dalla troppa pressione dello stesso peso, sfociata nell&#8217;evento del 2003. Tutti i risvolti psichiatrici sono semplicemente dovuti, secondo me, solo al fatto che neurologi e neuropsicologi non mi hanno preso abbastanza in considerazione. Mi hanno</span>  <span style="font-size: 14px;">considerato, ma col paraocchi sociale, psichiatrizzandomi l&#8217;incazzatura. Mi sono trovato al punto di essere più grave psichiatricamente che neuropsicologicamente. Nella sentenza, secondo me, manca ancora metà dell’identità.</span><i style="font-size: 14px;"> </i></p>
<p><span></span></p>
<p><span><b></b></span></p>
<p><span><b>Il Team Vygotskij e i progetti di un Creativo Ordinario</b></span></p>
<p><span></span></p>
<p><span>Non avendo ottenuto dalla medicina la risposta sperata, ho iniziato a leggere libri di psicologia alla ricerca di una spiegazione. Negli anni ho incontrato con stupore autori di riferimento che non si approcciano allo studio dell’uomo distinguendolo tra ciò che è <i>biologico</i> e ciò che è <i>psicologico</i>, ma lo colgono nella sua interezza. Ho iniziato a collezionare le letture interessanti sotto il nome di <i>Team Vygotskij</i> per poi estrapolare frasi e parole da utilizzare nelle visite successive alla causa civile per presentare il mio caso.<span class="Apple-converted-space"> </span></span><span style="font-size: 14px;">In questo </span><i style="font-size: 14px;">Team Vygotskij</i><span style="font-size: 14px;"> ho inserito tutti i libri che ho trovato di autori contro il riduzionismo, tra cui Lurija, Sacks, Vygotskij, Maslow e altri. Cento anni fa, nel periodo operativo della psicologia sovietica, Vygotskij dimostrò che esistono dei limiti all’analisi scientifica che devono essere presi in considerazione dagli studiosi al fine di non perdere la ricchezza complessiva degli eventi che si stanno analizzando. Basti pensare, ad esempio, che l’acqua, molecola H2O, è costituita da idrogeno e da ossigeno, ma è noto che l’idrogeno brucia e che l’ossigeno alimenta la combustione, mentre l’acqua non brucia né alimenta la combustione! E le sue qualità sono in un certo senso opposte a quelle delle sue componenti; ciò significa che il riduzionismo non produce necessariamente risultati scientifici adeguati. </span><span style="font-size: 14px;">La creazione del </span><i style="font-size: 14px;">Team Vygotskij</i><span style="font-size: 14px;"> non è stata l’unica creazione degli anni passati. Ho sempre avuto una vera e propria personalità creativa, per questa ragione mi definisco un </span><i style="font-size: 14px;">Creativo Ordinario</i><span style="font-size: 14px;">. Mi sono messo in gioco, ad esempio, proponendo ad aziende multinazionali alcune idee per la commercializzazione di nuovi prodotti, dalle quali però non ho mai ricevuto una risposta. Tuttavia, negli anni passati alla disperata ricerca della mia </span><i style="font-size: 14px;">identità sociale</i><span style="font-size: 14px;">, il pensiero di una possibile riuscita dei miei progetti mi ha confortato, è stato per me una sorta di socializzazione indiretta. Prima del 2006, mentre massimizzavo il pensiero a 360°, ho dato anche vita a due vere e proprie idee della grandezza del mio </span><i style="font-size: 14px;">progetto identitario</i><span style="font-size: 14px;">. Un progetto andò a buon fine anche se, purtroppo, dopo circa 15 anni di commercializzazione del prodotto, probabilmente a livello mondiale, non sono ancora stato nemmeno</span><span style="font-size: 14px;">  </span><span style="font-size: 14px;">ringraziato.</span><span style="font-size: 14px;"> </span></p>
<p><b style="font-size: 14px;"></b></p>
<p><b style="font-size: 14px;">2018. La presa in carico presso il MiCAL</b><br /> <span></span></p>
<p><span style="font-size: 14px;">Nel 2018, dopo aver letto il testo “Casi clinici in psicoterapia cognitiva neuropsicologica” ed aver riscontrato con piacere l’assenza della concezione dualistica dell’uomo, mi sono rivolto al MiCAL.</span><span style="font-size: 14px;"> </span><span style="font-size: 14px;">La mia richiesta è da subito stata chiara: &lt;sono in cerca di uno scienziato che sia in grado di sottoscrivere la mia vera identità</span>  <span style="font-size: 14px;">sociale, che tutt’oggi esiste, ma falsa, in quanto a livello molecolare&gt;</span><i style="font-size: 14px;">.</i><b style="font-size: 14px;"> </b><span style="font-size: 14px;">In tutti questi anni ho solamente cercato qualcuno che mi</span>  <span style="font-size: 14px;">confermasse il danno grave di memoria audio/visivo/verbale, risalente al 1982. Questa conferma è necessaria per rispondere al desiderio di un riconoscimento sociale che può avvenire solamente integrando le differenti visioni dell&#8217;uomo: gli esiti neurologici con quelli neuropsicologici e psichiatrici, integrati con quelli sociali in una visione globale, che io definisco</span>  <i style="font-size: 14px;">Vigotskijana</i><span style="font-size: 14px;">. </span><span style="font-size: 14px;">L&#8217;obiettivo della presa in carico presso il MiCAL, deciso congiuntamente, è stato quindi quello di riprendere la mia storia di vita, fatta anche di cartelle cliniche e referti medici poco compresi, per renderla maggiormente comprensibile e integrare le diverse diagnosi che mi sono state attribuite fino ad adesso.</span><span style="font-size: 14px;"> </span><span style="font-size: 14px;">Qualche mese dopo l’inizio della presa in carico al MiCAL ho ricevuto la relazione medico-psichiatrica scritta dal mio medico di riferimento. In questa si afferma che “permangono, e non potrebbe essere altrimenti, gli esiti neuropsichici del trauma encefalico” e che nell’attualità appaio in un buon compenso psichico.</span></p>
<p><span style="font-size: 14px;">Finalmente, dopo trent’anni, la relazione medico-psichiatrica e quella psicologica proveniente dal MiCAL, a conclusione di un anno di presa in carico da parte di un team di professionisti, mi hanno permesso di</span><span style="font-size: 14px;">  </span><span style="font-size: 14px;">raggiungere il mio obiettivo di un riconoscimento globale, neuropsicologico. Resta solo da tentare di limare la parte psichiatrica ma&#8230;ci sta già lavorando. </span><span></span><span style="font-size: 14px;">Nello stesso tempo penso naturalmente a fare rientro in società, sognando magari di partire proprio da dove è avvenuta l&#8217;interruzione, essendo forse facilitato dal fatto che, se per gli altri un ricordo del ’95, resterebbe una distanza a dir poco siderale, per me potrebbe essere il tempo di un semplice attraversamento di un ponte &#8230; psichico.</span></p>
</div>
<p>&nbsp;</p></div>
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		<title>Stay Alert n°19 &#8211; Picacismo. Un caso clinico di xilofagia</title>
		<link>https://www.slop.it/stay-alert-n19-picacismo-un-caso-clinico-di-xilofagia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Feb 2019 11:12:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Think! Stay Alert. Don't Get Hurt]]></category>
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				<div class="et_pb_text_inner"><p id="u15829-11">Il termine pica deriva dal latino “gazza”, un uccello che si caratterizza per la tendenza ad appropriarsi ed ingerire oggetti non commestibili. Secondo il DSM-5, la caratteristica principale della pica è la persistente ingestione di una o più sostanze non commestibili, per un periodo di almeno 1 mese (Criterio A), che risulti sufficientemente grave da giustificare l’attenzione clinica. Solitamente non vi è avversione per il cibo in generale. L’ingestione di sostanze senza contenuto alimentare, non commestibili, deve essere inappropriata rispetto allo stadio di sviluppo (Criterio B) e non deve far parte di una pratica culturalmente sancita o socialmente normata (Criterio C).</p>
<p id="u15829-13">I tassi di prevalenza non sono chiari, poiché si tratta di un disturbo non comune nella popolazione generale. Le stime risentono, inoltre, della reticenza da parte dei soggetti considerati “normotipici” a parlare di eventuali abitudini alimentari poco comuni. Spesso, infatti, la pica giunge all’attenzione clinica solo in seguito a complicazioni di natura strettamente medica, quali, ad esempio: ostruzioni intestinali, forte perdita di peso, avvelenamento o infezioni.</p>
<p id="u15829-15">Secondo quanto riportato nel DSM-5, l’esordio della pica può verificarsi in età infantile, in adolescenza oppure in età adulta, nonostante sia più frequente in età infantile. Tale comportamento è stato osservato con minore frequenza negli uomini rispetto alle donne (Rose, Porcerelli &amp; Neale, 2000; Iorio, Prisco &amp; Iorio, 2014). Durante la gravidanza aumenterebbe la probabilità di manifestare il disturbo.</p>
<p id="u15829-17">I disturbi più comunemente in comorbilità con il picacismo sono le patologie dello spettro autistico, a disabilità intellettiva e, in misura minore, la schizofrenia e il disturbo ossessivo compulsivo (APA, 2013/2014). Il picacismo è stato, inoltre, associato all’anoressia nervosa e alla depressione (Yalug, Kirmizi-Alsan &amp; Tufan, 2007). Secondo altri autori, si ipotizza l’appartenenza del picacismo allo spettro dei disturbi ossessivo compulsivi (Hergüner, Özyıldırım &amp; Tanıdır, 2008; Bathia &amp; Gupta, 2009).</p>
<p id="u15829-19">A seconda della sostanza ingerita, la pica assume etichette diagnostiche differenti: geofagia (ingestione di terra), litofagia (ingestione di pietre), tricofagia (ingestione di capelli o lana), amilofagia (ingestione di amido), pagofagia (ingestione di ghiaccio), xilofagia (ingestione di legno), ecc.</p>
<p id="u15829-21">La paziente descritta (per l’approfondimento si rimanda al materiale presente nell’area riservata) riporta una sintomatologia che soddisfa tutti i requisiti per poter effettuare una diagnosi di xilofagia. La donna, quarantanovenne, giunge all’osservazione clinica in un momento di profonda crisi esistenziale. Durante i primi colloqui, con modalità piuttosto peculiare, riferisce l’abitudine ad ingerire gli scarti di legno delle cassette per la frutta prodotte nell’azienda di famiglia presso la quale lavora.</p>
<p id="u15829-23"> Risulta doveroso sottolineare che la sintomatologia della paziente in oggetto rappresenta una condizione molto rara: ad un disturbo già di per sé poco diffuso, si associa un’età di insorgenza atipica e l’assenza di disturbi in comorbilità; non sussistono infatti i requisiti per poter effettuare ulteriori diagnosi di tipo nosografico descrittivo.</p>
<p id="u15829-25">L’ipotesi più accreditata circa l’eziologia del disturbo sembra propendere verso la teoria della carenza nutrizionale (Bhatia &amp; Kaur, 2014). Tale teoria suggerisce che gli enzimi responsabili della regolazione dell’appetito, alterati principalmente da una carenza di ferro o zinco, innescherebbero specifiche e non comuni inclinazioni alimentari. Alla base della manifestazione del picacismo ci sarebbe, dunque, una carenza di ferro, di zinco o di altre sostanze nutritive (es. vitamine del gruppo B e C).</p>
<p id="u15829-27">La quasi totalità degli articoli presenti in letteratura ha infatti evidenziato una correlazione tra la pica e la carenza di ferro (Borgna-Pignatti &amp; Zanella, 2016). Una recente metanalisi condotta prendendo in considerazione 83 ricerche (6407 individui con pica e 10277 appartenenti ai gruppi di controllo), ad esempio, ha associato il picacismo all’anemia e ad una minore concentrazione di zinco con una probabilità 2.35 volte superiore rispetto ai gruppi di controllo (Miao, Young &amp; Golden, 2015). Nella maggior parte dei casi, un trattamento a base di ferro e a volte anche un semplice integratore multivitaminico (es. solfato ferroso), sembrerebbe bloccare il desiderio di ingerire sostanze non commestibili e condurre ad una remissione del disturbo. (Pace &amp; Toyer, 2000; Auerbach &amp; Adamson, 2016).</p>
<p id="u15829-29">Alla luce di quanto presente in letteratura, si è resa manifesta la necessità di impostare un lavoro in equipe con il medico di medicina generale per poter effettuare alcuni approfondimenti diagnostici. Come sostiene Liccione (2012, p.28), infatti, “la neuropsicopatologia, piuttosto che essere rigidamente suddivisa secondo accidenti organici o eventi psicologici, può trarre beneficio dalla dialettica tra causalità fisica e motivazione umana, tenendo conto che quest’ultima è comprensibile soltanto attraverso la mediazione della storia di vita”.</p>
<p id="u15829-31">Il risultato degli esami ematici, in linea con la letteratura scientifica, ha evidenziato un’importante anemia (25 µg/dL a fronte di un range tra 50 e 100 µg/dL), per la quale è stato prescritto un integratore vitaminico (Ferrograd compresse 105 mg – principio attivo: solfato ferroso), da assumere contemporaneamente alla prosecuzione del percorso psicoterapeutico.</p>
<p id="u15829-33">La peculiarità del sintomo necessitava di un ulteriore approfondimento diagnostico, reso però difficoltoso dalla scarsità di articoli che indagano il disturbo secondo un approccio più specificatamente fenomenologico. Come evidenziano Iorio e colleghi (2014), infatti, “le argomentazioni cliniche sulla pica si limitano ad esaminarne l’inquadramento diagnostico o a evidenziarne la correlazione con altre condizioni psicofisiche, trascurandone il profilo dinamico di sviluppo. Trascurando, in altri termini, il Chi a cui l’esperienza stessa appartiene.</p>
<p id="u15829-35">Utilizzando l’arco neuropsicopatologico, così come formalizzato da Liccione (2011, p.108-109), si è cercato di rendere conto della sintomatologia della paziente nella sua globalità: un primario e basilare disturbo dell’ipseità (componente non storica), unito all’anemia riscontrata grazie agli esami medici (da intendersi come ulteriore fattore non storico) avrebbe fatto da sfondo alla manifestazione di un disturbo inquadrabile tra i disturbi del comportamento alimentare, emerso in un particolare momento di vita della paziente (componente storica).</p>
<p id="u15829-37">Per approfondire l’argomento (andamento del percorso psicoterapico e indicazioni fornite dalla ricerca di base) si rimanda all’area riservata del sito www.slop.it.</p>
<p><span data-ccp-props="{&quot;134233117&quot;:false,&quot;134233118&quot;:false,&quot;201341983&quot;:0,&quot;335551550&quot;:1,&quot;335551620&quot;:1,&quot;335559685&quot;:0,&quot;335559731&quot;:0,&quot;335559737&quot;:0,&quot;335559740&quot;:240}"> </span></p></div>
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		<title>Stay Alert n°18 &#8211; La neuroriabilitazione robotica del cammino: dalla neurologia alla filosofia.</title>
		<link>https://www.slop.it/stay-alert-n18-la-neuroriabilitazione-robotica-del-cammino-dalla-neurologia-alla-filosofia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Dec 2018 11:40:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Think! Stay Alert. Don't Get Hurt]]></category>
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				<div class="et_pb_text_inner"><p><span>In ambito neurologico i disturbi del movimento comportano una grave riduzione dell’autonomia personale rendendo impossibile per il soggetto affetto da questo disturbo la normale vita quotidiana.</span></p>
<p><span>I disturbi motori hanno diversa eziologia: possono essere conseguenza di gravi lesioni cerebrali (Ictus o traumi cranici), secondari a lesioni del midollo spinale e conseguenza di malattie degenerative o infettive del sistema nervoso centrale.</span></p>
<p><span>Il paziente, spesso, è costretto ad utilizzare una sedia a rotelle per la mobilità e richiede il supporto costante di un caregiver. Le terapie neuromotorie sono state sviluppate per recuperare le competenze motorie perdute in seguito ai<span class="Apple-converted-space">  </span>vari tipi di</span><span> </span><span>lesione.</span></p>
<p><span>La tecnologia robotica può essere utilizzata per automatizzare parzialmente alcuni schemi motori utilizzati durante il training di riabilitazione, attraverso la loro capacità di produrre forza programmabile , sono in grado di replicare alcune delle caratteristiche di intervento manuale di un fisioterapista e quindi permettere ai pazienti di praticare movimenti in modo semi-autonomo.</span></p>
<p><span>L’impiego di dispositivi robotici in riabilitazione è documentato fin dal 1980, fino all’uscita dei primi esoscheletri a partire dal 2000.</span></p>
<p><span style="font-size: 14px;">Grazie alla robotica è stato possibile affrontare le patologie, trasformarle in normalità e consentire al paziente di tornare nel proprio contesto con l’ausilio delle più innovative tecnologie che si sono rivelate particolarmente efficaci per il recupero degli arti inferiori e superiori.</span><br /><span></span></p>
<p><span>Gli esoscheletri sono dei robot indossabili che permettono una deambulazione organizzata gerarchicamente a seconda dei progressi del paziente in fase riabilitativa.</span></p>
<p><span style="font-size: 14px;">I Sistemi robotici possono genericamente essere suddivisi in due grandi categorie: end-effector e esoscheletri<b>. </b>Con i sistemi end-effector, i pazienti lavorano con uno strumento definito “manipulandum” che sperimenta forze motorie robot-imposte. Tutte le forze e le misure sono pertanto in una sola interfaccia, che ha il vantaggio di una facile configurazione per i pazienti di dimensioni differenti del corpo. Con i sistemi Esoscheletro, l&#8217;arto viene racchiuso in una tuta robotica, conforme alla configurazione dell&#8217;arto. Mentre l’arto di un soggetto può essere limitato in un sistema end- effector per specificare una configurazione arto (ad esempio, braccio di guida), la flessibilità meccanica del tipo esoscheletro consente la piena specificazione nella configurazione dell&#8217;arto sia per le forze da applicare, sia nel range del movimento, nella raccolta dei dati e inoltre il paziente ha un feedback immediato del lavoro svolto attraverso un interfaccia, che in ogni istante può essere modificata dall’operatore. I sistemi Esoscheletro hanno il vantaggio che le forze applicate possono essere misurate per ogni singolo movimento e in modo</span><span style="font-size: 14px;"> </span><span style="font-size: 14px;">indipendente.</span><br /><span></span></p>
<p><span style="font-size: 14px;">Nella riabilitazione mediante “macchine” il ruolo del paziente è fondamentale: gli viene chiesto di eseguire un atto volontario e può usufruire di input senso-motori e cognitivi, oltre al proprio movimento volontario: stimoli sensitivi superficiali, stimoli propriocettivi statici e dinamici, stimoli visivi (osservazione del proprio gesto – del target da raggiungere – degli eventuali miglioramenti); stimoli motivazionali (consapevolezza di praticare la terapia autonomamente – di essere sottoposto a trattamento tecnologicamente avanzato e potenzialmente più efficace). Sono quindi da preferire le macchine esoscheletriche per il trattamento di pazienti che presentano abilità residue molto basse all’inizio della terapia, soprattutto per il trattamento di pazienti con deficit motori derivanti da patologie neurologiche.</span><br /><span></span></p>
<p><span style="font-size: 14px;">L’efficacia deve essere riferita non tanto alla tecnologia utilizzata ma alla tipologia di malattia trattata con un determinato apparecchio robotico: il robot deve cioè essere valutato in relazione al tipo di patologia da trattare ma soprattutto deve essere tarato sul soggetto utilizzatore: sta assumendo,infatti, un ruolo sempre più importante l’identità personale del soggetto sottoposto alla riabilitazione con robot.</span><br /><span></span></p>
<p><span>Anche la personalità premorbosa del paziente svolge un ruolo discriminante per la possibilità di uso della tecnologia: studi a riguardo stanno ponendo l’accento su come l’essere nel mondo personale si adatti o meno alla terapia neuroriabilitativa robotica. (Milia et al.,2017)</span></p>
<p><span style="font-size: 14px;">La disabilità limita severamente la capacità dell&#8217;individuo di svolgere attività della vita quotidiana, limitano la partecipazione sociale e quindi la qualità della vita e l&#8217;umore (Suzuki et al., 2005). E &#8216;stato riportato infatti che il 23-35% della popolazione affetta da esiti di lesioni midollari hanno livelli elevati di ansia e circa il 35-38% hanno elevati livelli di depressione. (Chevalier, Kennedy, e Sherlock 2009</span><span style="font-size: 14px;"> </span><span style="font-size: 14px;">).</span></p>
<p><span>Nell’ambito delle neuroscienze cognitive è noto come esistano aree cerebrali selettive che elicitano la percezione corporea: ad esempio l’EBA (Extrastriate Body Area) risulta essere centrale nella sola percezione delle singole parti corporee, mentre l’FBA (Fusiform Body Area) è l’area cerebrale dedicata alla codifica strutturale del corpo. (Dowining, Paul E., et al. 2001) <b>(</b>Peelen, Marius V., et al. 2005) .</span></p>
<p><span>La riabilitazione robotica, nello specifico quella con esoscheletro, riattiva le aree motorie cerebrali di paripasso ai miglioramenti funzionali del soggetto: i pazienti con lesione spinale, infatti, hanno una non adeguata percezione sensori-motoria del corpo; l’esoscheletro induce miglioramenti in questa direzione, oltre che a livello strettamente motorio, confermando la centralità dell’essere a scapito del corpo inteso come macchina. (Sczesny-Kaiser,M., et al. </span><span style="font-size: 14px;">2015) (Sczesny-Kaiser, M., et al. 2013).</span></p>
<p><span style="font-size: 14px;">Uno studio recente inoltre mette in evidenza come l’utilizzo di robot riduca le patologie del tono dell’umore secondarie a lesione midollare ma anche come le personalità premorbose influiscano nell’outcome con riabilitazione robotica. (Milia et al.,2017) (Bragoni M., Paolucci S. et al, 2014)</span><br /><span></span></p>
<p><span style="font-size: 14px;">Oltre al noto contesto di riferimento neuromotorio è necessario sottolineare come le neuroscienze cognite e la filosofia confermino la bontà della tecnologia associata al recupero dell’autonomia; il superamento del dualismo Cartesiano che intendeva mente e corpo come oggetti divisi è alla base della neuropsicologia e dell’approccio psicologico alla malattia neurologica.</span></p>
<p><span></span><span style="font-size: 14px;">Damasio nel noto trattato “L’errore di Cartesio” afferma che </span><i style="font-size: 14px;">La coscienza di sé emerge dalla coscienza che si ha del proprio corpo; noi siamo, e quindi pensiamo: il pensiero è allora causato dalle strutture e dalle attività dell’essere”: </i><span style="font-size: 14px;">ciò è alla base dell’approccio neuropsicologico alla riabilitazione neurologica confermando l’unità di mente e corpo considerando quindi l’uomo come agente nel mondo e non come entità astratta da questo.</span></p>
<p><span></span><span style="font-size: 14px;">Nello specifico della riabilitazione del passo con robot, è evidente come il rapporto di causalità tra essere e mondo sia centrale; Lewis Strauss nel suo trattato “Sull’ossessione” evidenzia come il corpo sia il mediatore tra l’IO e il mondo. La</span><span style="font-size: 14px;"> </span><span style="font-size: 14px;">stazione</span><span style="font-size: 14px;"> </span><span style="font-size: 14px;">eretta,</span><span style="font-size: 14px;"> </span><span style="font-size: 14px;">prosegue</span><span style="font-size: 14px;"> </span><span style="font-size: 14px;">Strauss,</span><span style="font-size: 14px;"> </span><span style="font-size: 14px;">è</span><span style="font-size: 14px;"> </span><span style="font-size: 14px;">un</span><span style="font-size: 14px;"> </span><span style="font-size: 14px;">rapporto</span><span style="font-size: 14px;"> </span><span style="font-size: 14px;">di</span><span style="font-size: 14px;"> </span><span style="font-size: 14px;">forza</span><span style="font-size: 14px;"> </span><span style="font-size: 14px;">fisico-meccanica</span><span style="font-size: 14px;"> </span><span style="font-size: 14px;">con</span><span style="font-size: 14px;"> </span><span style="font-size: 14px;">il</span><span style="font-size: 14px;"> </span><span style="font-size: 14px;">mondo</span><span style="font-size: 14px;"> </span><span style="font-size: 14px;">fondamentale</span><span style="font-size: 14px;"> </span><span style="font-size: 14px;">per</span><span style="font-size: 14px;"> </span><span style="font-size: 14px;">l’incontro </span><span></span><span style="font-size: 14px;">con l’altro: la condizione umana è radicata nella posizione eretta e nel movimento di conseguenza soltanto un essere incarnato e in azione può porsi in relazione con il mondo </span><span style="font-size: 14px;">. </span><span style="font-size: 14px;">(Strauss,1966).</span></p>
<p><span style="font-size: 14px;">E’ evidente come la neuroriabilitazione sia una pratica multidisciplinare con molteplici riferimenti teorici.</span></p>
<p><span style="font-size: 14px;">In questo campo si inserisce prepotentemente la tecnologia che, in questo caso, è perfettamente complice della persona, aumentando le possibilità di recupero e la conseguente qualità della vita.</span><br /><span></span></p>
<p><span></span></p></div>
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		<title>Stay Alert n°17 &#8211; Le insidie del dottor Google e il circolo vizioso delle ricerche online: la cybercondria.</title>
		<link>https://www.slop.it/stay-alert-n17-le-insidie-del-dottor-google-e-il-circolo-vizioso-delle-ricerche-online-la-cybercondria/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Oct 2018 10:34:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Think! Stay Alert. Don't Get Hurt]]></category>
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				<div class="et_pb_text_inner"><p><span>Uno dei cambiamenti più importanti che contraddistingue la società odierna è l’avvento di Internet: il suo ampio utilizzo viene qui osservato da una prospettiva clinica in quanto l’essere-in-rete apre a nuovi modi di fare esperienza, caratterizzati da un sovraccarico di esposizione a contenuti eterogenei, immediati ed autoreferenziali, in cui la dimensione intersoggettiva sembra scomparire.</span></p>
<p><span>Una indagine del Censis, condotta nel 2012, mostra che un terzo degli intervistati utilizza la rete per reperire informazioni sanitarie. Se da un lato Internet ha il vantaggio di consentire l’accesso a un flusso continuo di informazioni e di aumentare le conoscenze personali, dall’altro lato però, come afferma Byung-Chul Han in un recente saggio in cui analizza la società contemporanea digitalizzata “da un certo punto in poi (…) l’informazione non è più informativa bensì deformativa, la comunicazione non è più comunicativa bensì cumulativa (…). Si va dovunque senza fare mai esperienza. Si prende atto di tutto senza mai giungere a una conoscenza. Si ammassano informazioni e dati senza mai giungere a un sapere” (2017). Il web non può fornire informazioni precise, attendibili, coerenti e, soprattutto, individualizzanti, poiché i motori di ricerca sono sistemi automatici che funzionano secondo algoritmi che privilegiano le pagine web più ricercate o i risultati più rilevanti dal punto di vista statistico. In ambito clinico tutto questo si traduce con la facile acquisizione di </span><span>informazioni di tipo sanitario o che riguardano tematiche legate alla salute e la trasformazione di esse in autodiagnosi cliniche. Questo significa che indisposizioni passeggere possono diventare in breve tempo gravi malattie esacerbando le preoccupazioni fino a portare l’individuo a sperimentare vere e proprie condizioni di paura e angoscia. Internet finisce così per filtrare la relazione con sé e con il mondo portando a un restringimento dell’orizzonte esperienziale, a una significativa chiusura di possibilità</span><span> </span><span>d’azione.</span></p>
<p><span>La ricerca di informazioni riguardanti la propria salute può aprire a modi di essere difettivi, modi di </span><span style="font-size: 14px;">essere che provocano mal-essere perché il mondo non si abita più, come nel caso della cybercondria. Il termine cybercondria (neologismo da “cyber” e “ipocondria”) è apparso all’inizio degli anni Duemila e si riferisce alla crescente condizione di ansia che alcune persone esperiscono nel momento in cui utilizzano internet per ottenere informazioni sul proprio stato di salute. Più precisamente, White e Horvitz (2008) hanno definito la cybercondria come una “infondata escalation di preoccupazioni riguardanti una sintomatologia comune, basata su risultati di ricerca e articoli trovati sul web”. Gli autori hanno rilevato che la ricerca di sintomi comuni sui motori di ricerca fornisca perlopiù informazioni su situazioni mediche gravi e rare, portando così gli individui a focalizzarsi sulle condizioni di malattia più severe, ma non è chiaro se la condizione di ansia si sviluppi solo in seguito alle ricerche online relative alla salute oppure venga intensificata da tali continue ricerche. </span><span style="font-size: 14px;">L’utilizzo </span><span style="font-size: 14px;">di internet come sostituto dello specialista per arrivare ad una autodiagnosi, e non come mero strumento conoscitivo, può portare così ad innescare oppure ad esacerbare una condizione ansiosa nonché a gravi rischi per la salute (per esempio, si potrebbe enfatizzare un problema minore e trascurare invece sintomi che potrebbero essere segnali di allarme).</span></p></div>
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		<title>Stay Alert n°16 &#8211; Persone LGBTQI e disuguaglianze di salute mentale: dati recenti e linee guida per la pratica clinica.</title>
		<link>https://www.slop.it/stay-alert-n16-persone-lgbtqi-e-disuguaglianze-di-salute-mentale-dati-recenti-e-linee-guida-per-la-pratica-clinica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Sep 2018 10:32:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Think! Stay Alert. Don't Get Hurt]]></category>
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				<div class="et_pb_text_inner"><p><span>I temi legati alla parità dei diritti per le persone LGBTQI rivestono oggi una posizione centrale nel dibattito politico e sociale. I vari movimenti richiedono un trattamento paritario sotto il profilo del riconoscimento, indipendentemente dall&#8217;orientamento sessuale e dall&#8217;identità di genere.</span></p>
<p><span>Aspetto fondamentale in questo scenario è l&#8217;accesso ai servizi sanitari e la qualità delle cure per le persone LGBTQI. Sono infatti sempre di più le realtà che denunciano una disuguaglianza nei contesti della salute, sia in termini di possibilità di accedere a percorsi di cura (medica o psicologica), sia in termini di adeguatezza e bontà dei servizi ricevuti (European Union Agency for Fundamental Rights, 2016).</span></p>
<p><span>Tra le tante iniziative attualmente in corso, ILGA-Europe (Associazione non governativa che raccoglie 490 associazioni LGBTQI di 45 paesi europei) sta conducendo &#8220;Health 4 LGBTI&#8221; un progetto pilota sull’indagine del diritto alla salute e alla qualità delle cure per le persone LGBTQI in tutti i paesi dell&#8217;Unione Europea. Dai risultati emergono significative disuguaglianze tra persone eterosessuali e cisgender e la popolazione LGBTQI.</span></p>
<p><span>Per quanto riguarda nello specifico la salute mentale, disponiamo ad oggi di ampia letteratura che testimonia l’esistenza di specifiche disuguaglianze di salute per le persone LGBTQI. Secondo un report della Commissione Europea pubblicato a Giugno 2017, nella popolazione LGBTI si riscontra infatti maggiore incidenza di disturbi dell’umore, disturbi d’ansia, abuso di sostanze, atti autolesionistici e rischio suicidario (European Union, 2017) che si declinano poi in modo specifico: per esempio, negli uomini gay e bisessuali si rileva maggiore incidenza di disturbi dell’alimentazione (Meads et al., 2012); i pensieri suicidari sono frequenti soprattutto nella popolazione transgender e intersessuale, con percentuali che raggiungono rispettivamente il 63% (Reisner et al., 2016) e il 60% (Jones, 2016) dei casi; le donne lesbiche e bisessuali riportano rischio triplo di uso e dipendenza da alcool e sostanze (Colledge et al, 2015) e una maggiore probabilità di accedere a servizi di salute mentale (Chakraborty et al, 2011).<span class="Apple-converted-space"> </span></span></p>
<p><span>Queste evidenze vengono in parte spiegate in letteratura come conseguenza delle disuguaglianze di salute in merito all’accesso e all’uso dei servizi elencate precedentemente (European Union, 2017; Laughlin, Hatzenbuehler &amp; Keyes, 2003) e alla luce di una rete coerente di rimandi<span class="Apple-converted-space">  </span>in cui i concetti di etero-normatività, etero-sesissmo e cis-normatività comportano esperienze di stigma, discriminazione e violenza che<span class="Apple-converted-space">  </span>concorrono ad aumentare le conseguenze negative del Minority Stress percepito (Meyer, 2013; Sattler et al, 2017; Valentine &amp; Shipherd, 2018).<span class="Apple-converted-space"> </span></span></p>
<p><span>Inoltre, mentre la cronaca restituisce l&#8217;immagine di una società ancora densa di episodi di deliberata discriminazione omotransfobica, la peculiarità dei contesti di cura è che in essi si può assistere ad atti discriminatori anche in assenza di volontari e consapevoli agiti di intolleranza da parte dei professionisti.<span class="Apple-converted-space"> </span></span></p>
<p><span></span></p>
<p><span>Risulta evidente come in ambito sanitario la messa in atto di pratiche inadatte alla presa in carico del paziente LGBTQI rischia di tradursi in una errata risposta sia diagnostica che clinica. In fase di anamnesi e di cura, orientamento affettivo e identità di genere possono rappresentare due variabili importanti nella ricezione dei bisogni specifici e nella definizione di una strategia terapeutica efficace ed incentrata sulla persona.</span></p>
<p><span></span></p>
<p><span>Questi dati comportano pertanto la necessità per il professionista della salute mentale di prendere coscienza dell’esistenza di specifiche disuguaglianze di salute per la popolazione LGBTQI e dei fattori che concorrono a instaurarle e mantenerle, tra cui atteggiamenti scorretti, pregiudizievoli o lacunosi da parte del personale sanitario stesso. In Italia, per esempio, ricerche recenti segnalano la presenza di psicologi e psichiatri che, pur non veicolando esplicitamente atteggiamenti patologizzanti, indicano nell’eterosessualità una condizione preferibile/auspicabile (Lingiardi et al, 2013; Lingiardi, Tripodi &amp; Nardelli, 2014); uno studio condotto su 3.135 psicologi italiani abilitati ha ritrovato atteggiamenti riparativi nel 58% del campione (Lingiardi, Nardelli &amp; Emiliano, 2015). Le micro-aggressioni inconsapevoli che si verificano nella relazione terapeutica mettono a rischio l’intervento e concorrono ad aumentare il distress percepito dal paziente (Shelton &amp; Delgaro-Romero, 2011).<span class="Apple-converted-space"> </span></span></p>
<p><span></span></p>
<p><span>Per questa serie di motivi le principali istituzioni nazionali e internazionali hanno pubblicato linee guida per il lavoro con le persone LGBTQI, che il professionista deve conoscere al fine di rispondere al meglio ai loro bisogni specifici ed evitare di mettere in atto atteggiamenti discriminanti o professionalmente scorretti.<span class="Apple-converted-space"> </span></span></p>
<p><span>Nello spazio Stay Alert abbiamo quindi riportato i principali documenti di Linee Guida e Buone Pratiche relative alla pratica clinica con persone LGBTQI, e le più recenti review sulle disuguaglianze di salute che le riguardano.</span></p></div>
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		<title>Stay Alert n°15 &#8211; Malattie oncologiche: incidenza, mortalità e sopravvivenza. Prospettive per la psicologia.</title>
		<link>https://www.slop.it/stay-alert-n15-malattie-oncologiche-incidenza-mortalita-e-sopravvivenza-prospettive-per-la-psicologia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Jul 2018 10:23:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Think! Stay Alert. Don't Get Hurt]]></category>
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				<div class="et_pb_text_inner"><p><span>Le malattie oncologiche sono &#8211; il dato è relativo al 2015 &#8211; tra le più diffuse al mondo e rappresentano la seconda causa di morte a livello globale (OMS, 2018). In prospettiva si stima un incremento della mortalità da 7,9 milioni di persone nel 2010 a 13,1 milioni nel 2030 (SIPO, 2015). Così come per la mortalità, un incremento è stimato anche in termini di incidenza, con previsioni che indicano un aumento al 2030 di circa il 60% (SIPO,</span><span> </span><span>2015).</span></p>
<p><span></span></p>
<p><span>Per quanto riguarda l’Italia, si calcola che nel 2017 si siano ammalate di tumore circa 369.000 persone per un ammontare di quasi 1000 nuove diagnosi al giorno (AIOM, 2017).</span></p>
<p><span></span></p>
<p><span>Se da un lato vi sono i temi “incidenza” e “mortalità”, dall’altro esiste però anche un tema “sopravvivenza”. Grazie alla prevenzione primaria, al miglioramento dei programmi di <i>screening </i>e degli interventi terapeutici (nuovi farmaci, interventi radioterapici e chirurgici mirati) si stima, infatti, un aumento rispetto al passato della sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi (AIRTUM, 2016). Il cancro viene dunque sempre più spesso descritto come una malattia “cronica” (AIRTUM, 2016) con la quale i pazienti e i loro familiari devono convivere direttamente, o indirettamente in relazione alle sue conseguenze.</span></p>
<p><span></span></p>
<p><span>Le malattie oncologiche non possono dunque più essere considerate “solo” come organiche, ma rappresentano un’insieme di patologie che irrompono nel <i>continuum </i>esistenziale degli individui alterandone la percezione del corpo e il senso di stabilità personale. L’esistenza è oggettivata ad un corpo “traditore” che impedisce all’essere di progettarsi in un mondo ormai inospitale, nel quale il futuro è dettato dai tempi e dalle aspettative della malattia e delle sue conseguenze. Così, ansia, paura e incertezza divengono le forme nelle quali l’esistenza stessa diviene situata nel mondo, come dimostrato dal fatto che il 30-40% delle persone colpite da neoplasie manifesta sofferenza psicologica caratterizzata da disturbi d’ansia e depressione che possono cronicizzare nel tempo se non presi in cura in modo tempestivo e adeguato (Mitchell et al., 2011).</span></p>
<p><span></span></p>
<p><span>Le sempre più elevate possibilità di sopravvivere e la limitata presenza di interventi volti alla presa in carico globale dei pazienti oncologici, inducono a riflettere sulla necessità di sviluppare azioni volte ad accogliere i nuovi bisogni fisici, psicologici e sociali dei pazienti nell’ambito delle quali risulta indispensabile il ruolo svolto da psicologi e psicoterapeuti sia a vantaggio dei pazienti che dei loro <i>caregiver</i>. Una riflessione corroborata anche dalla letteratura scientifica, che evidenzia </span><span>l’importanza </span><span>di </span><span>sviluppare nuovi interventi interdisciplinari riabilitativi tra cui quelli </span><span>psicoterapeutici specifici e quelli psico-sociali (Grassi et al, 2017). È all’interno di questi ultimi che si situa l’attività della psico-oncologia il cui scopo è di comprendere e valutare tutte le dimensioni delle malattie neoplastiche, in ogni fase, al fine di attuare un sistema di cura interdisciplinare che tenga conto della globalità dei bisogni del malato e della sua famiglia (SIPO, 2015) in tutti gli aspetti della vita: il rapporto con il proprio corpo, il significato dato alla sofferenza, alla malattia, alla morte, così come le relazioni familiari, sociali e</span><span> </span><span>professionali.</span></p></div>
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			</div></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.slop.it/stay-alert-n15-malattie-oncologiche-incidenza-mortalita-e-sopravvivenza-prospettive-per-la-psicologia/">Stay Alert n°15 &#8211; Malattie oncologiche: incidenza, mortalità e sopravvivenza. Prospettive per la psicologia.</a> proviene da <a href="https://www.slop.it">Slop - Scuola Lombarda di Psicoterapia</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Stay Alert n°14 &#8211; “Acting early. The earliest years of life set the tone for the whole of the lifespan” (Minsk Declaration, WHO, 2015).</title>
		<link>https://www.slop.it/stay-alert-n14-acting-early-the-earliest-years-of-life-set-the-tone-for-the-whole-of-the-lifespan-minsk-declaration-who-2015/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 12 May 2018 10:21:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Think! Stay Alert. Don't Get Hurt]]></category>
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				<div class="et_pb_text_inner"><p><span>I primi 1000 giorni di vita, dal concepimento ai due anni, come riportato da diversi studi e ribadito nel 2016 dal Ministero della Salute ne “Le strategie nazionali per la promozione della salute nei primi 1000 giorni di vita”, sembrano essere un lasso di tempo cruciale sia per quanto riguarda la diagnosi precoce, sia per la prevenzione, sia per l’intervento. Questo perché da una genetica deterministica siamo passati all’idea che la persona non possa essere geneticamente determinata.</span></p>
<p><span>Soprattutto nei primi 1000 giorni di vita -gli <i>earliest years of life </i>sopracitati- entrano in gioco le modificazioni epigenetiche dovute all’interazione dell’individuo con l’ambiente che lo circonda. E’ l’esistenza che cambia l’esistenza dispiegandosi ogni volta in un determinato contesto.</span></p>
<p><span></span></p>
<p><span>La plasticità sinaptica del neonato, ad esempio, è <i>experience-dependent</i>, determinata dal contesto: le modificazioni funzionali e strutturali avvengono dell’incontro tra geni, ambiente ed esperienza. Il periodo postnatale è uno dei cosiddetti “periodi critici”, finestra di tempo in cui i circuiti neurali si mostrano maggiormente sensibili all’acquisizione di segnali, adattivi o mal-adattivi, provenienti</span><span> </span><span>dall’ambiente.</span></p>
<p><span>L’impoverimento e l’arricchimento ambientale sono i classici modelli utilizzati per studiare la plasticità cerebrale <i>experience-dependent </i>e, anche se nascono da ricerche effettuate sui roditori, alcuni risultati sono paragonabili a quelli riscontrati in ricerche sull’uomo. Studi di <i>neuroimaging </i>in bambini orfani, ad esempio, hanno mostrato come un contesto “a ridotte possibilità ed esperienze affettive” porti a una diminuzione dell’attività metabolica in diverse aree cerebrali -nel giro orbito frontale, nell’amigdala, nell’ippocampo, nella corteccia temporo laterale, nel tronco encefalico- e alla riduzione del volume dell’amigdala.</span></p>
<p><span>Il fattore <i>nurture </i>indicato dalla letteratura come il più importante dopo la nascita è la relazione del neonato con il caregiver, interazione che avviene con una figura con la quale si è coinvolti affettivamente e che, soprattutto per la prima parte della vita, rappresenta la modalità primaria e quasi esclusiva di accesso al mondo e ai significati.</span></p>
<p><span>Come fattore <i>nature</i>, invece, si può citare la nascita pretermine, evento determinante degli esiti infantili avversi, in termini di sopravvivenza e di qualità della vita.</span></p>
<p><span><i>Acting early </i>significa proprio individuare e affrontare il problema “<i>nature” </i>il prima possibile, ricercando i fattori di protezione nella relazione con il caregiver e nel contesto di riferimento.</span></p>
<p><span>Con i bambini nati pretermine gli interventi precoci possono iniziare già nell’Unità di Terapia Intensiva Neonatale (UTIN), per poi proseguire al di fuori del contesto ospedaliero.</span></p>
<p><span>Qui possiamo elencare alcuni programmi citati in letteratura e che hanno portato a risultati positivi: il <i>“Family Nurture Intervention” </i>(FNI), sviluppato proprio per controbilanciare effetti negativi della separazione madre-bambino, il <i>“Newborn Individualized Developmental Care and Assessment Program</i>”, che consiste in strategie per ridurre lo stress causato dal contesto dell’UTIN, e il programma “<i>Creating Opportunities for Parent Empowerment</i>”, per i genitori e che ha esito positivo in termini di maggiore e migliore interazione con il bambino.</span></p>
<p><span>Il “<i>Kangaroo Mother Care</i>” (KMC), inoltre, viene raccomandato dalla WHO nei bimbi nati pretermine o sotto i 2000 g di peso: presenta tutti i benefici dati dal contatto “pelle a pelle” tra bambino e mamma, non prevede costi, ed è quindi implementabile anche in Paesi in via di sviluppo o dove vi sono poche disponibilità economiche.</span></p>
<p><span>Il contesto nel quale siamo “gettati” fin dal periodo prenatale, e dal quale emergono i significati, è quindi una possibilità di azione per la prevenzione e la salute.</span></p></div>
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		<title>Stay Alert n°13 &#8211; Familiarità e consapevolezza di Sé.</title>
		<link>https://www.slop.it/stay-alert-n13-familiarita-e-consapevolezza-di-se/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Feb 2018 11:18:27 +0000</pubDate>
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				<div class="et_pb_text_inner"><p><span>Lo sviluppo della consapevolezza di Sé è un tema di grande interesse per diverse discipline teoriche ed empiriche. Non si tratta di un concetto univoco e non esiste alcun consenso su cosa significhi essere/sentirsi <i>self-conscious</i>. Al contrario, la letteratura psicologica, neuroscientifica e filosofica sono sature di definizioni complementari, alternative e nettamente conflittuali di <i>self-consciousness </i>(Grunbaum &amp; Zahavi, 2004).</span></p>
<p><span>In psicologia dello sviluppo, gli approcci <i>mainstream </i>ne hanno affrontato lo studio da una prospettiva <i>teorista, </i>da cui l’elaborazione di modelli predittivi. In quest’ottica, la consapevolezza di sé è intesa come una capacità che si manifesterebbe secondo tappe evolutive (identificabili in stadi o livelli di complessità crescente) conseguenti allo sviluppo senso-motorio, cognitivo e linguistico dell’infante e del bambino. I principali autori di riferimento hanno sostenuto che il livello corrispondente al riconoscimento di sé allo specchio (a partire dai 18 mesi) e, successivamente, all’acquisizione di un senso di <i>continuità/ permanenza </i>di sé nel tempo, sarebbero resi possibili da “processi” di maturazione rappresentazionale (Povinelli, Landau &amp; Perillaux,</span><span> </span><span>1996).</span></p>
<p><span></span></p>
<p><span>Per i fenomenologi, invece, l’esperienza in prima persona offre un accesso immediato e non rappresentazionale a noi stessi. La <i>self-awareness </i>è considerata una condizione della coscienza fenomenica, del tutto pre-riflessiva (Zahavi, 2014<i>). </i>Pur non negando, naturalmente, che esistano forme di <i>self-awareness “theory and language dependent”</i><b><i>, </i></b>costituite nei processi intersoggettivi, la <i>primitive self-awareness </i>è considerata indipendente dallo sviluppo concettuale. Contrariamente a quanto sostenuto dai primi teorici dello sviluppo come Piaget e Mahler, le ricerche sulla <i>self-awareness </i>di Philippe Rochat (2004), evidenziarono che i neonati manifestano sin dalle prime settimane di vita un senso di sé minimale, dimostrando di percepire il proprio corpo come differenziato, situato e agente<i>.</i></span></p>
<p><span><i></i></span></p>
<p><span>Ben prima di ragionare sulla <i>theory of mind</i>, i bambini sviluppano una <i>Self-with-the-other awareness </i>(see., Trevarthen &amp; Aitken, 2001; Reddy, 2008) o <i>co-awareness </i>(Rochat, 2004), evidente sia dalle inclinazioni a coinvolgersi molto precocemente quanto intensamente nelle interazioni sociali (e.g., “the social smile”, imitazioni, proto-conversazioni) sia dalla ricchissima fenomenologia di emozioni <i>self-conscious </i>del primo anno di vita (see for a review Draghi-Lorenz et al., 2001). In una prospettiva heideggeriana, queste forme <i>di co-awareness </i>sono rese possibili dal <i>con-esserci </i>originario.</span></p>
<p><span></span></p>
<p><span>Una ricerca più recente (Kristen-Antonow, Sodian, Perst, &amp; Licata, 2015), evidenzia un <i>developmental link </i>tra la precoce responsività del bambino nei confronti del mondo sociale e la successiva <i>self–awareness</i>, mettendo in luce che i modi di rispondere in un gioco di imitazione sociale e durante <i>lo Still Face task </i>sono altamente predittivi della capacità di riconoscersi allo specchio (a 24 mesi) e del senso di continuità personale a 4</span><span> </span><span>anni.</span></p>
<p><span></span></p>
<p><span>Analogamente, un interessante studio di Rochat e colleghi (2012) evidenzia come il contesto sociale funga da mediatore della tendenza a togliersi lo sticker dalla testa nel <i>mirror task </i>(Rochat et al., 2012), comportamento considerato come l’espressione di un‘ <i>esperienza </i>di sé e non di un <i>riconoscimento </i>di sè (Rochat,</span><span> </span><span>2003).</span></p>
<p><span></span></p>
<p><span>In questo scenario di riferimento, uno studio appena pubblicato sulla rivista <i>Consciousness &amp; Cognition </i>dal nostro gruppo di ricerca (Zocchi e colleghi, 2018) ha considerato l’effetto della <i>familiarità </i>-data dalla presenza della mamma durante la procedura sperimentale- sul senso di continuità personale di un gruppo di bambini di tre anni.</span></p>
<p><span></span></p>
<p><span>I risultati delle analisi statistiche hanno confermato che fare esperienza in un contesto di familiarità si riflette positivamente sul compito di riconoscimento di sé nel tempo (Povinelli &amp; Simon, 1996). In altre parole, i bambini sono dei migliori <i>self-recognizer </i>in presenza della madre rispetto che in presenza di uno sperimentatore estraneo. Nel contesto <i>familiare </i>il bambino si ri-trova, pre-riflessivamente, in una certa tonalità emotiva, intesa come esistenziale , ovvero come “unità avvolgente di vita e mondo” che ha già aperto l’essere-nel-mondo nella sua totalità, rendendo possibile un dirigersi verso (Bollnow,</span><span> </span><span>2009).</span></p>
<p><span></span></p>
<p><span>Diversi studi in letteratura hanno evidenziato che in situazioni si <i>joint engagement </i>i bambini tendono a manifestare capacità che in condizioni diverse non emergono (Moll, Carpenter &amp; Tomasello 2007). Come discusso da Zahavi &amp; Rochat (2015), dai 14 mesi, i bambini sanno riconoscere la <i>shared experience </i>come speciale e sanno discriminare tra <i>objects experienced ‘we’ as opposed to ‘I’ alone </i>(Moll, Richter, Carpenter &amp; Tomasello 2008).</span></p>
<p><span></span></p>
<p><span>Per il bambino, il <i>caregiver </i>rappresenta una possibilità di accesso a sé e al senso umano condiviso (Arciero &amp; Bondolfi, 2009); egli è soprattutto partner di <i>risonanza congiunta, sorgente di con-senso. </i>In questo senso, il bambino e la sua mamma condividono aperture di mondo: il mondo è più <i>comodo e abitabile </i>in presenza della</span><span> </span><span>mamma.</span></p></div>
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		<title>Stay Alert n°12 &#8211; L’esperienza è fatta di tempo, è possibile nella misura in cui “è tempo”. L’essere è tempo.</title>
		<link>https://www.slop.it/stay-alert-n12-lesperienza-e-fatta-di-tempo-e-possibile-nella-misura-in-cui-e-tempo-lessere-e-tempo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 01 Dec 2016 11:07:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Think! Stay Alert. Don't Get Hurt]]></category>
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				<div class="et_pb_text_inner"><p>Il tempo non è un accessorio dell’esperienza ma è l’esperienza stessa che non sarebbe <span style="font-size: 14px;">tale se non fosse “costituita” di tempo. &lt;&lt;L’esser-ci, compreso nella sua estrema </span><span style="font-size: 14px;">possibilità d’essere, è il tempo stesso, e non è nel tempo.&gt;&gt; (M. Heidegger, Il concetto di </span><span style="font-size: 14px;">tempo).</span></p>
<p>Il “tempo dell’esistenza”, di conseguenza, nulla ha a che vedere con il tempo oggettivo <span style="font-size: 14px;">della scienza (quello che controlliamo con l’orologio), ma costituisce la modalità propria </span><span style="font-size: 14px;">dell&#8217;esserci dell&#8217;essere, cioè è il modo grazie al quale l’esser-ci abita il mondo, e grazie al </span><span style="font-size: 14px;">quale ha facoltà di decidere &#8211; parzialmente &#8211; la propria collocazione nel mondo stesso </span><span style="font-size: 14px;">(decidere di Sé).</span></p>
<p>In psicopatologia, questo originario “con-fondersi” di “essere e tempo” appare evidente <span style="font-size: 14px;">attraverso l’analisi fenomenologica delle diverse forme di sofferenza psichica.</span></p>
<p>Pensiamo al panico, condizione nella quale l’esistenza si ri-trova divorata dall’attesa di <span style="font-size: 14px;">un’imminente accidente, sia fisico (es. ipocondria) sia di altra natura.</span></p>
<p>Più in generale, qualsiasi esperienza connotata dall’ansia non sarebbe possibile se non <span style="font-size: 14px;">vivessimo continuamente “oltre di noi”. </span><span style="font-size: 14px;">Banalmente, l’ansia per un esame universitario non sarebbe concepibile se non fossimo </span><span style="font-size: 14px;">“pro-gettati”, con sufficiente tensione, verso una certa possibilità di noi/orizzonte d’attesa </span><span style="font-size: 14px;">(laurearsi).</span></p>
<p>Riassumendo, qualsiasi esperienza non sarebbe tale se l’esser-ci non fosse un “avere da <span style="font-size: 14px;">essere”, ossia, costitutivamente, sempre “oltre se stesso”, in continuo divenire.</span></p>
<p>Esiste, però, una condizione esistenziale dove si osserva uno stravolgimento della <span style="font-size: 14px;">temporalità caratterizzato dal venire meno di questo slancio: la melanconia.</span></p>
<p>Ci troviamo di fronte a un tempo che non scorre più, un tempo congelato al presente e <span style="font-size: 14px;">ripiegato al passato, un tempo privato di qualsiasi possibilità di/per Sé.</span></p>
<p>Quando nulla più ci “tocca”, quando nessuna possibilità ci appare più viabile, ecco che <span style="font-size: 14px;">l’unica possibilità è il ritirarsi verso il passato, verso ciò che è stato e che non è più, oppure </span><span style="font-size: 14px;">verso ciò che sarebbe potuto essere ma che non è stato. In questo modo, l’unica apertura </span><span style="font-size: 14px;">possibile al futuro assume i tratti del “bluff”: uno slancio fantasticato verso un futuro che </span><span style="font-size: 14px;">sarebbe potuto essere ma che contemporaneamente non sarà e mai potrà essere.</span></p>
<p>Binswanger, non a caso, sottolinea la tipicità del linguaggio ricorsivo del melanconico che <span style="font-size: 14px;">è colmo di &lt;&lt;se&gt;&gt;, &lt;&lt;se avessi fatto/avuto&gt;&gt;, &lt;&lt;se non mi fossi comportato in quel </span><span style="font-size: 14px;">modo&gt;&gt;, ecc. attraverso il quale il melanconico rifigura un passato ipotetico che non può </span><span style="font-size: 14px;">che dischiudere illusorie possibilità di Sé.</span></p>
<p>Una vita senza tempo è una vita che è stata privata di senso e non è più un’esistenza. <span style="font-size: 14px;">Alla luce di quanto detto, il tempo non può essere considerato una facoltà dell’intelletto, </span><span style="font-size: 14px;">una categoria a priori attraverso la quale piegare la realtà (vedi Kant), ma, al contrario, la </span><span style="font-size: 14px;">modalità d’essere più propria dell’esser-ci.</span></p>
<p>Heidegger insegna che il linguaggio &#8211; quello poetico &#8211; “svela l’essere”. Affidiamoci allora <span style="font-size: 14px;">alle parole di Borges che, forse, meglio di qualunque speculazione filosofica, ci aiuteranno </span><span style="font-size: 14px;">nella comprensione del fenomeno-tempo: «Il tempo è la sostanza di cui sono fatto. Il </span><span style="font-size: 14px;">tempo è un fiume che mi trascina, ma io sono il fiume; è una tigre che mi sbrana, ma io </span><span style="font-size: 14px;">sono la tigre; è un fuoco che mi divora, ma io sono il fuoco».</span></p></div>
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<p>L'articolo <a href="https://www.slop.it/stay-alert-n12-lesperienza-e-fatta-di-tempo-e-possibile-nella-misura-in-cui-e-tempo-lessere-e-tempo/">Stay Alert n°12 &#8211; L’esperienza è fatta di tempo, è possibile nella misura in cui “è tempo”. L’essere è tempo.</a> proviene da <a href="https://www.slop.it">Slop - Scuola Lombarda di Psicoterapia</a>.</p>
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