Diverse ricerche, pubblicate negli ultimi decenni, evidenziano una certa sovrapposizione, a livello di circuiti neurali coinvolti, tra il dolore somatico e la sofferenza conseguente all’esclusione sociale o alla perdita affettiva.

Tra i primi a fornire evidenze empiriche sul tema in oggetto ricordiamo Panksepp con i suoi lavori effettuati alla fine degli anni settanta. Queste ricerche, tra le altre cose, hanno dimostrano che la somministrazione in dosi non sedative di morfina (oppioide noto per le sue proprietà di alleviamento del dolore) riduce significativamente il lamento di alcuni cuccioli separati precocemente dalla madre. Allo stesso tempo, la somministrazione di naloxone (antagonista oppioide) incrementa il lamento degli stessi (Panksepp et al. 1980).

Per quanto riguarda gli studi condotti sull’uomo, sono famose le ricerche di Eisenberger e collaboratori pubblicati su Science nel 2003. Attraverso il neuroimaging questi ricercatori hanno rilevato l’attivazione della corteccia cingolata anteriore (ACC) in soggetti esposti ad un gioco virtuale che prevede momenti di esclusione sociale.

L’attivazione dell’ACC è considerata il correlato neurale del “senso di allarme”, e se ne riscontra l’attivazione anche durante vissuti di dolore somatico. Per questo motivo, Eisenberger e collaboratori sostengono che l’attivazione di questa regione cerebrale costituisca il substrato neurale comune tra stress da dolore sociale e stress da dolore somatico (Eisenberger et al. 2003, 2004).

Come giustamente sottolineano McDonald e Leray, la prova che esista una stretta connessione tra dolore somatico e dolore sociale si evince dalle espressioni linguistiche che utilizziamo per descrivere entrambe le condizioni.

I due ricercatori rilevano infatti che, a prescindere dal ceppo culturale e dalla lingua di appartenenza, la maggior parte dei termini utilizzati dagli individui per descrivere il dolore sociale, se presi alla lettera, risultano compatibili con la descrizione del dolore somatico (MacDonald & Leray. 2005). Si pensi ad espressioni di senso comune che rimandano a questa sovrapposizione: “mi ha strappato il cuore”, “ho il cuore infranto”, “è come un pugno nello stomaco”, “è stato come uno schiaffo”, “mi sento a pezzi”, “mi ha profondamente ferito”, ecc.

I dati forniti da questi filoni di ricerca appaiono coerenti con una visione non dualista ma sostanzialmente incarnata dell’esistenza umana. D’altronde, chi ha vissuto esperienze di lutto e/o di perdita sentirà risuonare come familiare questa parziale sovrapposizione tra sentire somatico e sentire emotivo. La differenza consiste nella non puntuale localizzazione somatica del dolore sociale che, probabilmente, consolida quel vissuto di non aiutabilità spesso avvertito dagli individui affetti da depressione: il dolore esistenziale risulta più difficilmente comunicabile rispetto a quello di tipo somatico scoraggiando la spinta a chiedere aiuto.

 

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