Cosa ci distingue dagli altri? Perché in un gruppo c’è chi preferisce rimanere in disparte e chi, invece, si comporta come il re della festa? In letteratura, gli approcci genes-first allo sviluppo umano tendono a ricondurre questa e molte altre manifestazioni delle differenze tra individui agli effetti del temperamento, inteso come eredità biologica. 

Sin dalle origini, il temperamento è stato definito da Ippocrate e da Galeno, come la combinazione di diverse componenti chimiche (flemma, sangue, bile gialla e bile nera).  

In tempi molto più recenti, gli scienziati hanno continuato a spiegare le differenze inter-individuali nei comportamenti e nelle capacità socio-relazionali delle persone riferendosi a una sorta di “destino biologico”. In particolare, dalla seconda metà del 900, la comunità scientifica è stata caratterizzata dalla presenza di un dibattito “quasi ideologico” tra nature vs. nurture (Galton, 1874), che ha prodotto le opposte radicalizzazioni del determinismo genetico vs. ambientale.  

Negli anni Duemila, alla luce dei progressi dell’epigenetica, questo dualismo è venuto senz’altro meno: l’influenza dell’ambiente sull’espressione genica è considerata complessa e dinamica e rappresenta uno dei main topic in letteratura, dove si assiste al tentativo di definire sia concettualmente sia quantitativamente questa relazione e di individuare i correlati genetici e neuronali del temperamento. Attualmente, esiste ampio consenso sul fatto che alcune caratteristiche dell’ambiente familiare possano favorire l’espressione dei geni che regolano il temperamento. Per esempio, uno studio americano sui gemelli omozigoti ed eterozigoti distingue tra ambienti facilitanti o permissivi (che forniscono poche regole) e ambienti determinativi, che limiterebbero le traiettorie genetiche dello sviluppo. In quest’ottica, un contesto caotico e non strutturato non supporterebbe l’emergere di capacità di regolazione emotiva. 

Ma cosa s’intende per temperamento infantile? Da un punto di vista generale, con il termine temperamento si fa riferimento a un insieme di differenze individuali che emergerebbero molto precocemente nel corso dello sviluppo e riguarderebbero le capacità di autoregolazione, le manifestazioni emotive, le capacità motorie e attentive (Rothbart & Bates, 1998). 

Negli ultimi cinquant’anni, sono state formulate molte teorie del temperamento: uno dei modelli più accreditati isola dei tratti temperamentali quali: la tendenza ad approcciare o evitare le novità, l’inibizione di fronte a persone e contesti non familiari, (Kagan et al., 1984 la paura e il distress di fronte alle esperienze nuove (Rothbart, 1981). Questi aspetti del comportamenti infantile vengono talvolta definiti come “temperamento inibito”, una dimensione ai cui estremi si posizionerebbero individui timidi, cauti e riservati e all’estremo opposto individui audaci, che ricercano attivamente le situazioni di rischio (vedere Clauss et al., 2015 per una meta-analisi). 

Nonostante molti siano i problemi metodologici (validità concorrente tra misure oggettive come questionari/scale osservative vs. misure di laboratorio) e teorici (per esempio l’approccio alle novità viene definito a seconda dei casi come temperamento inibito, inibizione comportamentale, reattività, timidezza, reticenza sociale), l’aspetto che colpisce maggiormente è che questo settore di tende a proporre un modello di sviluppo per cui le differenze molto precoci nel temperamento sarebbero dei  tratti relativamente stabili nei diversi contesti di vita e anche nel tempo. Per esempio, un recentissimo studio di Slobodskaya e Kozlova (2016) discute delle prove empiriche a favore della relazione tra tratti temperamentali nell’infanzia e dimensioni della personalità in età scolare e prescolare. Analogamente, un temperamento inibito nelle prime fasi dello sviluppo viene considerato uno dei più forti predittori di una serie di outcome psicopatologici (Clauss et al., 2015). 

Nel rispetto dell’approccio interdisciplinare, che fonda il dialogo tra scienze umane e biologiche, come possiamo discutere questa forma di medesimezza di origine biologica? Per esempio, come si possono far incontrare questi dati con alcune analisi fenomenologiche e osservazioni della psicologia dello sviluppo (Zahavi, Grundbaum & Parnas, 2004) che supportano l’originaria apertura all’altro dell’ipseità e il valore ontologico dell’intersoggettività (Arciero & Bondolfi, 2009; Liccione, 2011)? 

Per favorire nei lettori lo sviluppo di una critica costruttiva circa questo tema, abbiamo messo nell’area riservata del nostro sito diversi recenti articoli scientifici (vedi STAYALERT nell’area riservata).  

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