Le malattie oncologiche sono – il dato è relativo al 2015 – tra le più diffuse al mondo e rappresentano la seconda causa di morte a livello globale (OMS, 2018). In prospettiva si stima un incremento della mortalità da 7,9 milioni di persone nel 2010 a 13,1 milioni nel 2030 (SIPO, 2015). Così come per la mortalità, un incremento è stimato anche in termini di incidenza, con previsioni che indicano un aumento al 2030 di circa il 60% (SIPO, 2015).

Per quanto riguarda l’Italia, si calcola che nel 2017 si siano ammalate di tumore circa 369.000 persone per un ammontare di quasi 1000 nuove diagnosi al giorno (AIOM, 2017).

Se da un lato vi sono i temi “incidenza” e “mortalità”, dall’altro esiste però anche un tema “sopravvivenza”. Grazie alla prevenzione primaria, al miglioramento dei programmi di screening e degli interventi terapeutici (nuovi farmaci, interventi radioterapici e chirurgici mirati) si stima, infatti, un aumento rispetto al passato della sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi (AIRTUM, 2016). Il cancro viene dunque sempre più spesso descritto come una malattia “cronica” (AIRTUM, 2016) con la quale i pazienti e i loro familiari devono convivere direttamente, o indirettamente in relazione alle sue conseguenze.

Le malattie oncologiche non possono dunque più essere considerate “solo” come organiche, ma rappresentano un’insieme di patologie che irrompono nel continuum esistenziale degli individui alterandone la percezione del corpo e il senso di stabilità personale. L’esistenza è oggettivata ad un corpo “traditore” che impedisce all’essere di progettarsi in un mondo ormai inospitale, nel quale il futuro è dettato dai tempi e dalle aspettative della malattia e delle sue conseguenze. Così, ansia, paura e incertezza divengono le forme nelle quali l’esistenza stessa diviene situata nel mondo, come dimostrato dal fatto che il 30-40% delle persone colpite da neoplasie manifesta sofferenza psicologica caratterizzata da disturbi d’ansia e depressione che possono cronicizzare nel tempo se non presi in cura in modo tempestivo e adeguato (Mitchell et al., 2011).

Le sempre più elevate possibilità di sopravvivere e la limitata presenza di interventi volti alla presa in carico globale dei pazienti oncologici, inducono a riflettere sulla necessità di sviluppare azioni volte ad accogliere i nuovi bisogni fisici, psicologici e sociali dei pazienti nell’ambito delle quali risulta indispensabile il ruolo svolto da psicologi e psicoterapeuti sia a vantaggio dei pazienti che dei loro caregiver. Una riflessione corroborata anche dalla letteratura scientifica, che evidenzia l’importanza di sviluppare nuovi interventi interdisciplinari riabilitativi tra cui quelli psicoterapeutici specifici e quelli psico-sociali (Grassi et al, 2017). È all’interno di questi ultimi che si situa l’attività della psico-oncologia il cui scopo è di comprendere e valutare tutte le dimensioni delle malattie neoplastiche, in ogni fase, al fine di attuare un sistema di cura interdisciplinare che tenga conto della globalità dei bisogni del malato e della sua famiglia (SIPO, 2015) in tutti gli aspetti della vita: il rapporto con il proprio corpo, il significato dato alla sofferenza, alla malattia, alla morte, così come le relazioni familiari, sociali e professionali.

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