Il panorama scientifico attuale dei disturbi claustrofobici è orientato alla ricerca di un’eziologia della patologia: sono proposte ipotesi di ordine genetico, ad esempio che associano la patologia alla mutazione monogenica 6pmGa (El-Kordi et al., 2013), e neurologico, che considerano il disturbo in oggetto come conseguenza di un’alterazione della rappresentazione dello spazio (Lourenco et al., 2011). In questo caso è posta particolare attenzione all’indagine degli aspetti legati alla manifestazione del sintomo claustrofobico: per la prima volta è stata presentata una dimostrazione empirica dell’associazione tra la claustrofobia e gli aspetti basilari della rappresentazione spaziale.

E’ adottata così una visione di ordine materialista riduttivista: la ricerca di una relazione causa-effetto per spiegare la patologia pone come oggetto di studio la complessità biologica dell’individuo, perdendo di vista la corporeità dell’esistenza.

Seguendo queste ipotesi, nel caso dell’attribuzione dei distubi claustrofobici a mutazioni genetiche si cade nella condanna all’impossibilità del cambiamento. Nel secondo caso, invece, il trattamento della patologia si riduce a una riabilitazione delle funzionalità alterate. Entrambe le tesi annoverano i disturbi claustrofobici tra le patologie non storiche: ossia quelle che accadono nel silenzio della storia di vita del paziente e che sono principalmente indagabili secondo spiegazioni naturalistiche (Liccione, 2011).

La nuova frontiera della psicoterapia cognitivo-comportamentale prevede l’integrazione degli strumenti di realtà virtuale nei protocolli standard di trattamento di vari disturbi, tra cui quelli di tipo claustrofobico. E’ stata indagata l’influenza degli stimoli percettivi e delle informazioni concettuali nell’attivazione e riduzione della paura claustrofobica attraverso l’esposizione a scenari di realtà virtuale. I dati emersi enfatizzano il ruolo delle “informazioni percettive”, a discapito di quelle concettuali (Shiban et al., 2016). La realtà virtuale però, per definizione, non coinvolge direttamente la vita reale del paziente.

L’approccio ermeneutico-fenomenologico, al contrario, vede come punto di partenza lo studio della vita effettiva nella sua storicità e singolarità, posizionando al centro dell’indagine e della cura la persona e il suo “mondo”. I disturbi claustrofobici sono pertanto considerati come patologie storiche, la cui eziologia non può esser compresa se non alla luce dei significati di una specifica e irripetibile storia di vita (Liccione, 2011).

In quale momento di quella specifica esistenza si viene a generare quel senso di oppressione e di chiusura tipico di chi soffre di claustrofobia? Quali accadimenti esistenziali ruotano attorno all’insorgenza del sintomo?

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